Violenza sulle donne, non stiamo a guardare

Violenza sulle donne, non stiamo a guardare

Dal Corriere del Ticino l In tutto il mondo, quest’oggi, viene celebrata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un appuntamento che merita la giusta attenzione, su una piaga ancora presente nella nostra società. Un disagio che si manifesta all’interno dei nuclei famigliari e sfocia negli atti di violenza fisica e sessuale ma anche in quelli di violenza psicologica – che spesso logora le donne più di quella che lascia ferite ben visibili – e quella economica. I fatti di cronaca degli ultimi mesi purtroppo ci ricordano che la violenza tra le mura domestiche è una realtà anche alle nostre latitudini. E i dati della Polizia cantonale lo confermano: se nei primi sei mesi del 2016 gli interventi per lite domestica erano 399, nei primi sei del 2017 erano 529. 130 in più.

Per sconfiggere questo male, il primo passo è uscire allo scoperto: bisogna parlarne e denunciare questi vili episodi. Per questo motivo non posso che incoraggiare le iniziative in corso oggi e in questi giorni sul nostro territorio per sensibilizzare e discutere del problema. Ma poi ovviamente, non bisogna restare con le mani in mano. E infatti con i servizi del mio Dipartimento, in particolare grazie alla Divisione della giustizia, ci stiamo muovendo. A inizio primavera di quest’anno, il mio Dipartimento ha formulato al Consiglio di Stato una serie di proposte per accrescere la sicurezza delle persone vittime di episodi di violenza domestica. In questo senso abbiamo postulato una modifica della legge sulla polizia,  cercando di snellire le procedure burocratiche per accelerare i tempi e tutelare maggiormente le vittime. Oltre a ciò, abbiamo chiesto di prevedere la trasmissione automatica della decisione di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che si occuperà in questo modo di prendere contatto con tutti gli autori di violenza domestica per offrire loro supporto e consulenza. Il Parlamento ha fatto sue queste proposte vidimate il marzo scorso dal Governo e di recente ha approvato all’unanimità le modifiche legislative, che entreranno in vigore all’inizio del prossimo anno.

Ma non è tutto. Grazie alla sensibilità e alla determinazione del mio Dipartimento, e nello specifico della Direttrice della Divisione della giustizia, ancor prima che la violenza domestica tornasse al centro del dibattito pubblico – evidenziando in ogni caso il pieno sostegno sul tema da parte del Parlamento – stiamo agendo anche su altri fronti, con il supporto della Commissione permanente in materia di violenza domestica. In quest’ottica stiamo elaborando una legge specifica sulla violenza domestica, su modello delle esperienze maturate negli altri Cantoni, proprio per intervenire legislativamente su questo importante problema sociale che merita la giusta rilevanza a livello normativo. Una legge che si prefigge altresì un riordino legislativo, con l’introduzione di nuovi strumenti volti a migliorare la protezione delle vittime, tenendo conto del diritto federale e della sua evoluzione, segnatamente la ratifica da parte del nostro Paese il prossimo anno della “Convenzione sulla prevenzione della violenza contro le donne e la lotta contro la violenza domestica” sottoscritta ad Istanbul il 15 maggio 2011. A titolo di esempio, forti dell’esperienza maturata attraverso il progetto pilota nazionale per la sorveglianza elettronica, intendiamo proporre l’uso di questa tecnologia anche come forma di prevenzione per evitare la recidiva di chi ha già commesso violenze, una proposta che nel frattempo è divenuta parte integrante del Messaggio licenziato dal Governo federale l’ottobre scorso che prevede delle modifiche del diritto penale e civile volte a salvaguardare le vittime di violenza domestica e stalking. Le Istituzioni si stanno quindi adoperando per arginare la violenza domestica. Ma per essere davvero efficaci, ognuno deve fare la propria parte. Prima di essere un Consigliere di Stato e il responsabile della sicurezza ticinese, sono un marito e un padre di famiglia. Mi rivolgo quindi a tutte le donne che hanno subito o che subiscono violenze ma anche a chi è vicino alle vittime: non abbiate paura, rivolgetevi alle Autorità. A livello politico ci siamo mossi e ci stiamo muovendo per migliorare il nostro ordinamento giudiziario alfine di tutelare le vittime. La violenza sulle donne non è un fatto privato. Tocca le famiglie, il nucleo della nostra società minandone la coesione. Dobbiamo reagire, non dobbiamo rimanere in disparte come spettatori inerti. Facciamo sentire la nostra voce e denunciamo gli atti di violenza sulle donne. Non stiamo a guardare ma agiamo. Facciamolo per il bene di tutta la nostra comunità.

Norman Gobbi,

Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Violenza domestica, più potere alla polizia

Violenza domestica, più potere alla polizia

Da Ticinonews.ch | Via libera del Gran Consiglio alla modifica di legge. In Ticino si registrano in media 3 interventi al giorno

Con 68 voti favorevoli e solo 2 contrari, il Gran Consiglio ha dato oggi il suo via libera alla modifica di legge di polizia per arginare la violenza domestica. D’ora in poi, se necessario, la polizia potrà decidere subito se allontanare dal domicilio gli autori senza più dover passare dal Pretore. Una procedura, quest’ultima, rivelatasi, “nel tempo superflua e priva di giustificazione” ha spiegato il relatore del rapporto Gianrico Corti.

Nel suo messaggio il Consiglio di Stato proponeva anche una maggior presa a carico degli autori, con la trasmissione automatica delle decisioni di allontanamento all’UAR.

“È sempre importante parlare di violenza domestica e stiamo lavorando per una legge ad hoc”, ha concluso il ministro Norman Gobbi ricordando che la polizia, in Ticino, interviene in media 3 volte al giorno. La nuova legge dovrebbe prevedere anche l’introduzione del braccialetto elettronico.

http://www.ticinonews.ch/ticino/415299/violenza-domestica-piu-potere-alla-polizia

‘Una legge ad hoc, ecco perché’

‘Una legge ad hoc, ecco perché’

Da laRegione | Andreotti: il progetto di normativa? Spero in primavera. Proporremo pure l’uso del bracciale elettronico.

Quello giunto di recente dal Gran Consiglio, osserva dal Dipartimento istituzioni la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti, «è un segnale politicamente molto importante: siamo insomma sulla giusta strada». La strada che nelle intenzioni del Dipartimento diretto dal leghista Norman Gobbi dovrebbe portare al varo di una legge cantonale sulla violenza domestica. Una normativa ad hoc, alla quale sta lavorando da un mese la Divisione giustizia per cercare di contrastare un fenomeno che in Ticino ha assunto dimensioni preoccupanti. Il segnale cui allude Andreotti sono le parole che chiudono il rapporto di Gianrico Corti sottoscritto mercoledì scorso dalla Commissione della legislazione, ovvero l’invito al governo “a proseguire con determinazione” nel “cammino” verso una normativa specifica. La richiesta è chiara ed è contenuta nel documento redatto dal deputato socialista favorevole alla modifica, suggerita dal Consiglio di Stato, della Legge sulla polizia per semplificare la procedura di allontanamento dal domicilio di autori e autrici di violenza (il provvedimento ordinato dall’ufficiale della Polcantonale non necessiterà più della convalida del pretore, il quale interverrà solo in caso di contestazione).

Frida Andreotti, il parlamento vi sollecita ad andare avanti: a che punto siete con l’allestimento del progetto di legge sulla violenza domestica?

Il 13 luglio, alla luce anche dei tragici episodi accaduti nei giorni precedenti, abbiamo scritto, come Dipartimento, alla Commissione permanente in materia di violenza domestica – istituita nel 2008 dal Consiglio di Stato, del quale è organo consultivo – informandola di ciò che sul piano normativo e su quello operativo intendiamo fare, nel limite ovviamente delle competenze cantonali, per arginare questa piaga e chiedendole di collaborare nella ricerca di appropriate soluzioni. Fra le misure da noi prospettate figura appunto una legge ad hoc. Nelle prossime settimane sottoporremo alla Commissione permanente, per il tramite della sua presidente, l’avvocato Marilena Fontaine, alcune nostre proposte concrete per dare dei contenuti a questa normativa. Saranno anche il frutto dell’analisi che la Divisione giustizia sta facendo degli strumenti attualmente a disposizione in Ticino e dei contatti che ho avuto e avrò fra gli altri con il Delegato cantonale per l’integrazione degli stranieri Attilio Cometta e con la neo Delegata per le pari opportunità Rachele Santoro.

Quanto a proposte concrete, il granconsigliere del Plr Giorgio Galusero ne ha avanzata una con una mozione: imporre agli autori di violenza domestica l’utilizzo del braccialetto elettronico…

Siamo d’accordo, perlomeno come Dipartimento delle istituzioni. Tant’è che abbiamo già ventilato alla Commissione permanente la possibilità di ricorrere a questo strumento, che potrebbe rivelarsi efficace nella prevenzione della recidiva anche nella violenza domestica. Nel cosiddetto Electronic Monitoring il Ticino vanta peraltro un’esperienza pluriennale con esiti soddisfacenti. L’uso del braccialetto elettronico con Gps sarà disciplinato dalla nuova legge. Faccio poi presente che la ditta giurassiana che fornisce al nostro Cantone tali strumenti sta studiando un braccialetto elettronico pure per le vittime di violenza domestica, per una loro maggior protezione.

Oggi in Ticino gli autori di violenza domestica non sono obbligati a sottoporsi a un trattamento terapeutico. Dovrebbero esserlo?

È una questione che discuterò con il capo del Dipartimento e con gli addetti ai lavori, come Luisella Demartini, direttrice dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa. Il trattamento dovrebbe essere obbligatorio per tutti o solo per le persone che presentano un alto rischio di recidiva o che già sono recidive? Di certo è un aspetto che andrà regolamentato dalla prevista legge. Bisognerà poi riflettere sull’opportunità di introdurre anche nel nostro cantone un registro degli autori di violenza domestica condannati.

Quanto tempo ci vorrà per imbastire il progetto di legge?

Conto di trasmetterlo la prossima primavera alla Direzione del Dipartimento, che sul progetto avvierà una consultazione prima di portarlo in Consiglio di Stato. Una legge ad hoc – un atto dovuto, ritengo, per le vittime – permetterebbe inoltre di coordinare al meglio i vari attori, istituzionali e non, che si occupano di reprimere e, soprattutto, di prevenire la violenza domestica.

(Articolo di Andrea Manna)

La violenza domestica è una questione pubblica

La violenza domestica è una questione pubblica

Dal Mattino della domenica | Cresce il numero di interventi in Ticino per liti tra le mura di casa

Nelle scorse settimane si è parlato purtroppo ancora di violenza domestica, terminata con il peggiore dei drammi. E si tratta di due eventi in poche settimane. Uno ad Ascona, una donna macedone freddata in un autosilo. Un altro a Bellinzona, una donna eritrea che cade dal sesto piano di un palazzo. Entrambi sono il risultato di una lite domestica. Il colpevole in un caso, e il presunto nell’altra, fanno parte della famiglia. Due mariti che hanno dato fine alla vita della propria moglie.

Sono due – e a poca distanza l’uno dall’altro – i casi di cronaca che mi fanno ripensare a una situazione preoccupante. Le statistiche di violenza domestica non sono rassicuranti: se nei primi sei mesi del 2016 gli interventi per lite domestica erano 399, in questi primi sei del 2017 sono 529. 130 in più. Anche il numero di persone che hanno avuto bisogno di cure mediche è aumentato: da cinquantacinque nei primi sei mesi del 2016 a settantasei nel 2017. Anche le morti in ambito domestico, purtroppo, seguono la stessa tendenza: due nel 2014, una nel 2015, nessuna nel 2016 e infine già due quest’anno.

Maggiore apertura o problema “d’importazione”?

Da una parte questo ci fa pensare che le vittime o i testimoni di una violenza si aprono di più con la nostra polizia. Posso pensare che lo si faccia con una maggior coscienza del fatto che la polizia c’è, che i nostri agenti sono pronti a dare una risposta tempestiva alla richiesta di aiuto e che, in un momento di necessità, ci sarà un intervento che potrà dare sicurezza e protezione.

D’altra parte, però, è un numero che mi preoccupa. Mi preoccupa perché, anche se per ora a questo aumento non è data spiegazione, è una realtà che forse non ci appartiene così tanto, che non sentiamo nostra. Anche perché nel 69% dei casi di violenza domestica, statistiche alla mano, è coinvolto un cittadino straniero. Per di più, nel 31% dei casi lo sono entrambi i partner, come nei casi che hanno portato alla morte di due donne nelle ultime settimane. Si tratta di una “aggressività d’importazione”, che aumenta con l’aumento della popolazione non indigena sul nostro territorio? In ogni caso, è una situazione che non dobbiamo perdere di vista. Ma soprattutto, non dobbiamo, mai e poi mai, abituarci a certi episodi di violenza.

In attesa del Parlamento

Proprio qualche mese fa con il Consiglio di Stato, su proposta del mio Dipartimento, abbiamo avanzato delle proposte per accrescere la sicurezza delle persone coinvolte in episodi di violenza domestica. Il messaggio governativo chiede una modifica della Legge sulla polizia (LPol) per fare in modo che sia l’ufficiale di polizia a decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio o il divieto di frequentare determinati luoghi, senza coinvolgere sistematicamente il pretore nella decisione, diminuendo in questo modo la burocrazia. Oltre a ciò, vi è anche la proposta di trasmettere automaticamente la decisione di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che si occuperà in questo modo di prendere contatto con tutti gli autori di violenza domestica. Il messaggio è stato approvato a fine marzo: ora la parola è passata al Gran Consiglio, che spero si interesserà del tema al più presto.

Nuove proposte dal DI

La sicurezza di tutti i cittadini rimane sempre al centro del lavoro che stiamo svolgendo, con il mio Dipartimento, da anni. E ancor prima che la violenza domestica tornasse al centro del dibattito pubblico, con la Divisione della giustizia abbiamo elaborato ulteriori proposte che proprio questa settimana abbiamo inoltrato alla Commissione permanente in materia di violenza domestica. Due proposte che si potrebbero aggiungere alla modifica della LPol.

La prima consiste nell’utilizzare la sorveglianza elettronica come forma di prevenzione per evitare la recidiva. Il Ticino ha infatti già sviluppato un’ottima esperienza nell’utilizzo di questo strumento in altri ambiti, essendo un Cantone pilota per il progetto nazionale di sorveglianza elettronica. Con la seconda proposta vogliamo invece affrontare in profondità tutte le sfaccettature che compongono la violenza domestica: abbiamo infatti proposto alla Commissione di valutare la possibilità di introdurre una legge specifica al riguardo, come già succede in altri Cantoni.

La violenza domestica non è un fatto privato. Tocca le famiglie, il nucleo della nostra società. È un fattore che rischia di sgretolarne la coesione. La collettività deve quindi reagire, e questo anche a tutela della sicurezza pubblica. Le istituzioni fanno la loro parte nell’essere presenti e fare il possibile per evitare che questa situazione degeneri, ma anche i cittadini sono chiamati a fare la propria parte, denunciando situazioni che potrebbero portare a un’escalation di violenza preoccupante. Non stiamo quindi a guardare, ma agiamo!

Posto sbagliato, momento sbagliato

Posto sbagliato, momento sbagliato

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi: “la vita è una cosa sacra, la violenza non può essere tollerata”

Una settimana fa è morto Fabrizio. Padre di due figli, un lavoratore, un quarant’enne che è uscito per una serata con gli amici. È uscito un weekend con l’idea di divertirsi un po’, e poi non è più tornato a casa. Posto sbagliato, momento sbagliato: queste sono le sue colpe.

Fabrizio era un militare incorporato nel Battaglione d’aiuto in caso di catastrofe 3, impiegato nel mio gruppo della logistica. Ho lavorato a stretto contatto con Fabrizio: lui capo officina ed io capo della logistica. Lo conoscevo bene. Quando ho appreso che era la vittima dell’aggressione di Gordola, ho subito pensato alla famiglia, agli amici e alla comunità che ha lasciato troppo presto. C’è un forte senso di desolazione nel pensare con che casualità sia successo il tutto, e anche un certo senso di impotenza nel pensare a come si sarebbe potuto evitare un dramma del genere.

La follia cieca di questo gesto ci ha riportato purtroppo alla mente i fatti del febbraio 2008, il nome di Damiano Tamagni, un ragazzo che è uscito – come gran parte dei giovani ticinesi – a festeggiare il carnevale. Posto sbagliato, momento sbagliato, e una violenza inaudita. Fatti che si ripetono, drammi analoghi che purtroppo sembrano non insegnare nulla.

Come ministro della sicurezza, domenica scorsa, ho pensato a cosa si può fare ancora, contro la violenza. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto sulla presenza della Polizia sul territorio, e penso che possiamo ritenerci soddisfatti, poiché il Ticino in effetti oggi è un luogo più sicuro. Ma quando succedono questi drammi c’è sempre una vittima di troppo, e allora ci si domanda cosa si può fare di più, se non si può essere in ogni luogo e in ogni momento.

La politica può fare di più a livello legislativo, nell’adeguare procedure e pene a reati che non possono essere tollerati. È un esempio la modifica della legge concernente l’allontanamento e il divieto di rientro in ambito di violenza domestica, che ho sottoposto lo scorso mese al Governo, che prevede una procedura più snella nella decisione di allontanamento dell’autore di una violenza, e la presa a carico dello stesso. Questo a favore di una tutela immediata della vittima, e di una riduzione della recidiva dell’autore. Un esempio di come si può agire nei confronti di chi commette un reato, nell’ottica della protezione della vittima e dell’evitare che succeda ancora.

Un altro esempio, e ne ho parlato nel contributo della scorsa settimana, è quello dell’utilizzo del braccialetto elettronico per la gestione del tifo violento. Tramite braccialetto elettronico è possibile tenere lontani da stadi e piste chi ha già dimostrato di creare problemi, evitando così a priori che si possano creare situazioni di tensione che possono in seguito diventare estremamente pericolose, anche e soprattutto per chi si trova nei paraggi perché ha deciso di passare una serata all’insegna dello sport.

Per quanto riguarda l’adeguamento delle pene, a mio avviso c’è ancora molto da fare. Se n’è parlato molto in questi giorni, e in diversi hanno espresso la propria idea a riguardo, sui media, sui social e nelle piazze. Molte domande nascono spontanee: qual è la pena giusta per questo tipo di reato? Le pene in caso di omicidio colposo o intenzionale sono adeguate? Ma soprattutto, sono equilibrate se confrontate ad altre che sono state riviste negli ultimi anni? Non tocca a me in queste poche righe definire cosa sia giusto o sbagliato in questo senso, ma una cosa è certa: la vita è una cosa sacra. E nessuno ha il diritto di portartela via così, da un momento all’altro.

Che cosa può fare ognuno di noi, infine, come cittadino semplice? Non mi ripeterò mai abbastanza quando dico quanto sia importante segnalare in maniera tempestiva alla Polizia situazioni di potenziale pericolo. Un atteggiamento per il quale definisco i ticinesi “sentinelle sul territorio”, e che è fondamentale, perché abbiamo visto quante volte, in questo modo, abbiamo potuto sventare furti, evitare danni, ma soprattutto salvare vite.

Porgo ancora una volta alla famiglia di Fabrizio le mie più sentite condoglianze.

Braccialetto elettronico: dalla detenzione all’hooliganismo

Braccialetto elettronico: dalla detenzione all’hooliganismo

Dal Mattino della domenica | Il Dipartimento di Norman Gobbi attivo nella lotta contro il tifo violento

È appena finita la stagione di hockey, e da tifoso dell’Ambrì-Piotta posso dire che anche quest’anno ho potuto tirare un respiro di sollievo dopo la partita di giovedì scorso, che ha permesso alla squadra leventinese di conquistare la salvezza in Lega Nazionale A. Un risultato che si rivela fondamentale non solo a livello sportivo bensì anche per l’economia di tutta la regione. Il Ticino “hockeystico” potrà dunque vivere anche la prossima stagione i derby che appassionano l’intero Cantone e non solo. L’attività nelle piste di ghiaccio si congeda quindi per qualche mese, ma gli stadi di calcio si fanno sempre più affollati proprio in queste settimane nel culmine della stagione agonistica, complice il clima che si fa via via più mite.

Ma non è di sport che vi voglio parlare in questo mio contributo, bensì di quello che nello sport non dovrebbe esserci: la violenza sugli spalti e fuori da stadi di calcio e piste di ghiaccio. L’hooliganismo è purtroppo una realtà che resiste negli anni, e per la quale vengono applicate diverse misure di sicurezza. Come riporta la statistica annuale della Polizia cantonale, nel 2016 gli impieghi di Mantenimento ordine durante le partite sono stati 66, di cui 21 per il calcio e 45 per l’hockey, e hanno visto impegnati 2’801 agenti. Costo totale: circa 2.5 milioni di franchi. Quello della tifoseria violenta è un problema rilevante, e non solo per le casse cantonali, ma soprattutto per chi vorrebbe andare alla pista o allo stadio per passare una bella serata in compagnia, magari con la famiglia, all’insegna dello sport e del sano divertimento, senza trovarsi in mezzo a delle situazioni come minimo spiacevoli, se non di vero e proprio pericolo.

Come tenere lontani da questi luoghi quindi, chi ci va solo per cercare di rovinare il divertimento altrui, soprattutto se già conosciuto dalla Polizia? Con il mio Dipartimento stiamo attualmente lavorando per proporre una normativa cantonale per concretizzare l’utilizzo di braccialetti elettronici in ambiti come quello dell’hooliganismo.Questi dispositivi non sono nuovi alle nostre latitudini: in Ticino si utilizzano in realtà già da 18 anni negli arresti domiciliari, in quanto il nostro Cantone è inserito nel progetto pilota della Confederazione, assieme a Berna, Basilea Città, Basilea Campagna, Vaud, Ginevra e Soletta, per testate l’efficacia di questa modalità di esecuzione della pena. Dato il successo riscontrato, dal 1. gennaio 2018 diventerà una realtà a livello nazionale, ed entrerà a far parte del Codice penale svizzero.

La novità è che quest’anno in Ticino è entrata in funzione una nuova generazione di braccialetti, che permette la geolocalizzazione. Non si tratta più quindi di una tecnologia che rileva la distanza da un “modem” installato in casa, ma si tratta della tecnologia dell’azienda elvetica Geo-Satis, che permette di seguire gli spostamenti di chi indossa il dispositivo con un sistema simile alle nostre applicazioni per smartphone. Una novità che rende il suo utilizzo efficace non solo nell’ottica di assicurarsi che qualcuno non esca dalla propria abitazione, ma alfine di accertarsi che qualcuno non frequenti determinate aree, come quelle nei dintorni di stadi e piste di ghiaccio. Il braccialetto elettronico può diventare quindi un ottimo strumento per assicurare che chi ha già creato più volte problemi non si presenti a crearne ancora in occasione di altre partite: una modalità che permette di avere un miglior controllo e una garanzia più elevata che persone violente non mettano piede all’interno dell’area critica. Uno strumento importante dunque per accrescere la sicurezza dei nostri stadi e nelle nostre piste di ghiaccio, luoghi che devono rimanere di sano divertimento, innanzitutto per le famiglie e per i bambini.

Come alternativa alla detenzione, l’utilizzo di questo dispositivo in fase sperimentale nel nostro Cantone ha già dato i suoi frutti dal lato economico. In una situazione di sovraffollamento e di forte pressione delle nostre Strutture carcerarie, il braccialetto elettronico, al quale nel 2016 sono state sottoposte 20 persone, ha sgravato i carceri di 1’552 giornate di detenzione. Il calcolo è facile se pensiamo che il costo medio di una giornata di detenzione in carcere chiuso è di 300 franchi, con 8 franchi a carico del condannato, mentre il prezzo di un singolo braccialetto attualmente è di 18 franchi al giorno, con 10 franchi a carico del condannato. Una differenza importante che ha un impatto positivo sulle nostre finanze pubbliche.

Il Ticino è ancora una volta pioniere nell’ambito della sicurezza e laboratorio per la sperimentazione d’innovazione: una sperimentazione dalla quale tutta la Svizzera potrà trarre vantaggio, all’insegna di nuove modalità di detenzione alternativa, valide ed economiche, ma anche nella sperimentazione di nuove misure per la lotta all’hooliganismo, sfruttando le nuove tecnologie a favore della sicurezza di tutti i tifosi negli stadi di calcio e alle piste di ghiaccio, e di tutti i ticinesi amanti del vero sport!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Violenza domestica: risposte più rapide ed efficaci a tutela della sicurezza delle persone coinvolte

Violenza domestica: risposte più rapide ed efficaci a tutela della sicurezza delle persone coinvolte

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Nella seduta di martedì, il Consiglio di Stato ha approvato il messaggio relativo alla modifica dell’articolo 9a della Legge sulla polizia del 12 dicembre 1989 (LPol) concernente l’allontanamento e il divieto di rientro in ambito di violenza domestica. Nello specifico, la modifica proposta dal Governo prevede che spetterà sempre, come ora, all’Ufficiale di polizia decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio così come il divieto di frequentare determinati luoghi, se questo mina alla sicurezza dei suoi familiari. Ciò senza tuttavia più coinvolgere sistematicamente la Magistratura, come avviene oggi. Verrà inoltre creata la base legale che permetterà al servizio competente per il sostegno e la consulenza agli autori di violenza domestica (Ufficio dell’assistenza riabilitativa) di ricevere tutte le decisioni di allontanamento e di contattare tutti gli autori. Una modifica tesa ad accrescere la sicurezza delle persone toccate da episodi di violenza domestica.

L’attuale art. 9a LPol è stato adottato il 27 febbraio 2007 quale misura preventiva con l’obiettivo di assicurare la protezione immediata della vittima indipendentemente dalla perseguibilità penale dell’atto di violenza. L’Ufficiale di polizia può decidere l’allontanamento per dieci giorni di una persona dal suo domicilio e vietargli l’accesso a determinati locali e luoghi, se essa rappresenta un serio pericolo per l’integrità fisica, psichica o sessuale di altre persone facenti parti della stessa comunione domestica. La vigente norma prevede il coinvolgimento sistematico del Pretore, che deve decidere la conferma o la revoca della misura dell’allontanamento.

Dall’esperienza di questi anni risulta che tutte le decisioni emanate dalla Polizia sono state confermate (dal 1. gennaio 2008 al 31 dicembre 2016 ben 616 decisioni di allontanamento), ad eccezione di una decisione, annullata a causa di lacune formali. Il Consiglio di Stato propone quindi di rinunciare al coinvolgimento obbligatorio del Magistrato per la conferma o revoca della misura dell’allontanamento. Tale provvedimento potrà comunque essere contestato, entro tre giorni dalla notifica, davanti al Pretore, ciò che consentirà la salvaguardia dei diritti delle persone interessate.

Il messaggio contempla anche la proposta di prevedere nella LPol la base legale per la trasmissione automatica delle decisioni di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (UAR), servizio competente per il sostegno e la consulenza in materia di violenza domestica, alfine di rendere possibile a quest’ultimo una presa di contatto proattiva con tutti gli autori di violenza domestica. L’approccio proattivo implicherà la presa di contatto con le persone violente, allo scopo di informarle rapidamente sui loro diritti e doveri e di dimostrare loro che possono ricorrere all’aiuto di servizi specializzati. Per fornire alcune cifre, nel 2016 l’UAR ha preso a carico, con il consenso dell’autore 81 persone nell’ambito della violenza domestica, contro le 76 del 2015.

Entrambe le proposte elencate vanno nella direzione auspicata dalla deputata Delcò
Petralli con la mozione del 27 giugno 2012 “Procedura in ambito di violenza domestica”.
Il Consiglio di Stato non ritiene tuttavia opportuno affrontare nell’ambito della LPol la questione del sostegno riabilitativo obbligatorio per gli autori di violenza domestica, pure richiesto dalla deputata nell’atto parlamentare citato. Tale questione necessita di approfondimenti che verranno effettuati dalla Commissione di accompagnamento permanente in materia di violenza domestica. Con il messaggio in questione l’Esecutivo propone infine di istituire la base legale affinché le Polizie comunali, intervenute per conflitti in ambito famigliare, siano tenute a trasmettere automaticamente alla Polizia cantonale copia della documentazione relativa a tali interventi.

In generale, il messaggio governativo è volto ad accrescere la sicurezza delle persone
coinvolte in episodi di violenza domestica, mediante risposte più rapide ed efficaci da
parte delle autorità competenti. Un ambito, quello della violenza domestica, delicato e
sensibile, toccando la famiglia e quindi il nucleo della nostra società per il quale la
collettività chiede un intervento, a tutela anche delle generazioni future. Un ambito
all’interno del quale la sicurezza rappresenta un bene ancor più primario agli occhi delle persone toccate, che richiede un intervento deciso e responsabile da parte delle
Istituzioni.

Memoria «Per non restare indifferenti al male»

Memoria «Per non restare indifferenti al male»

Dal Corriere del Ticino | Nel ricordo dell’Olocausto Norman Gobbi si è rivolto ai giovani allievi insigniti del premio Spitzer

La Giornata della memoria è stata la protagonista di una speciale serata promossa, ieri al LAC di Lugano, dall’associazione Svizzera-Israele e dalla Fondazione Federica Spitzer. Quest’ultima ha in particolare consegnato a tre istituti scolastici ticinesi il premio Spitzer, voluto per aiutare gli allievi a prendere coscienza dei genocidi e dare un contributo al superamento dei conflitti fra razze, culture e religioni. A essere premiati sono stati l’Helvetic Music Insitute di Bellinzona e la Scuola media di Barbengo, con una menzione speciale anche alla Scuola media di Gravesano e al Centro professionale di Trevano. La serata, animata dal concerto della German Radio Symphony Orchestra diretta da Issak Tavior e affiancata dai cori Misgav HaGalil Choir (Israele) e Zamir Chor Bayreuth (Germania), e dal soprano Barbara Baier, ha inoltre visto il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi prendere la parola. «La consapevolezza storica – ha dichiarato il consigliere di Stato – è una questione chiave che va affrontata da giovani, a casa come a scuola, per costruire già da ragazzi una responsabilità verso la nostra società, e una volontà di non ricadere ancora una volta negli stessi meccanismi mentali, politici e sociali. Il Premio Spitzer che viene consegnato stasera è un esempio di come sia possibile avvicinarsi a una realtà storica come quella dell’Olocausto in maniera sempre nuova e attuale, con approcci più didattici o più artistici che possono suscitare l’interesse dei più giovani e avvicinarli a temi impegnativi ma essenziali come quello della Shoah».

Gobbi ha poi aggiunto: «È importante che i giovani conoscano e comprendano i fatti, per non essere indifferenti verso il male, per far sì che in futuro non si ripetano certi orrori. Gli anticorpi verso i regimi totalitari sono ancor più importanti ora che vi sono sempre meno testimoni diretti di quegli anni. Infatti, il rischio è che le nuove generazioni diano per scontato la sparizione definitiva di quelle dinamiche nocive che spingono i popoli verso orizzonti pericolosamente bui».

Il ricordo nella musica e nelle parole

Il ricordo nella musica e nelle parole

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Giornata della Memoria | Il ricordo nella musica e nelle parole

Egregi signori,
Gentili signore,

Vi porgo il mio saluto a nome del Consiglio di Stato e del delegato per l’integrazione Attilio Cometta. È con grande piacere che partecipo a questa serata dedicata alla Memoria, un momento ufficiale che ci permette di ricordare le vittime della Shoah e di tutti i crimini contro l’umanità, di ogni forma di discriminazione, di sopruso, di violazione dei Diritti dell’Uomo. Quest’ultimi, i diritti dell’uomo, sono una conquista che non è mai definitiva e attorno ai quali la nostra memoria e il nostro impegno civile non possono concedersi pause.

Un secolo prima della Seconda Guerra Mondiale, Giuseppe Verdi scrisse il Nabucco: un’opera tra le più conosciute del compositore, soprattutto per il Coro di schiavi ebrei, che questa sera abbiamo il piacere di ascoltare interpretato dalla German Radio Symphony Orchestra, dal Misgav HaGalil Choir e dal Zamir Chor Bayreuth.

“Va’ pensiero” è il celebre inizio del coro degli ebrei prigionieri in Babilonia, che ricordano con nostalgia e dolore la patria perduta. La musica ci trasporta così nel sentimento di un popolo sopraffatto dalla violenza e dalla prepotenza. Verdi ci racconta indirettamente anche dell’Italia di quegli anni, in parte soggiogata dal dominio dell’Impero Austriaco. Il coro si trasforma così in un canto universale di tutte le patrie oppresse, un racconto che ancora oggi ci coinvolge e ci rende partecipi. In questa giornata non potevamo trovare un modo migliore che la musica, per farci trasportare nel ricordo.

La memoria, in ogni sua forma – dalla storia al racconto, dall’arte visiva alla musica – è importante poiché ci permette di non cadere ancora nell’errore. La memoria non è fine a se stessa. Ci permette di comprendere fino in fondo la realtà che ci circonda, analizzandola in relazione ai fatti che storicamente conosciamo.

Proprio per questo è importante mantenere viva la memoria storica e, ancor di più, umana. Il rischio che si affievolisca di anno in anno dev’essere scongiurato grazie all’educazione delle nuove generazioni. Testimonianze come quella di Federica Spitzer, portata avanti dall’omonima fondazione, risulta essenziale per comprendere fino in fondo tragedie come quella dell’Olocausto. Come la musica, la testimonianza scritta o diretta permette di comprendere profondamente il sentimento di chi ha vissuto in prima persona l’orrore dei campi di concentramento e di sterminio. Tramite il racconto è possibile percepire le diverse sfumature che compongono la storia di ogni persona, ogni essere umano al quale è stata negata la sua dignità. Attraverso la sua quotidianità, comprendiamo come – a poco a poco – il veleno della violenza e dell’oppressione si sia instaurato nella vita di ogni oppresso.

La consapevolezza storica è una questione chiave che va affrontata da giovani, a casa
come a scuola, per costruire già da ragazzi una responsabilità verso la nostra società, e
una volontà di non ricadere ancora una volta negli stessi meccanismi mentali, politici e
sociali. Il Premio Spitzer che viene consegnato stasera, è un esempio di come sia
possibile avvicinarsi a una realtà storica come quella dell’Olocausto in maniera sempre
nuova e attuale, con approcci più didattici o più artistici, che possono suscitare l’interesse dei più giovani e avvicinarli a temi impegnativi ma essenziali come quello della Shoah. È importante che i giovani conoscano e comprendano i fatti, per non essere indifferenti verso il male, per far sì che in futuro non si ripetano certi orrori. Gli anticorpi verso i regimi totalitari sono ancor più importanti ora che vi sono sempre meno testimoni diretti di quegli anni. Infatti, il rischio è che le nuove generazioni diano per scontato la sparizione definitiva di quelle dinamiche nocive che spingono i popoli verso orizzonti pericolosamente bui.

Questa sensibilizzazione non avviene però inflazionando gli epiteti “fascista”, “dittatoriale” eccetera, come purtroppo spesso succede. C’è una malsana abitudine di utilizzare con troppa facilità e leggerezza – soprattutto nel dibattito politico – questi termini, banalizzandoli. Uno svuotamento di significato che non fa bene alla politica e ancor meno alla Memoria. Se con troppa facilità si additano orchi e attentatori della democrazia, si induce al meccanismo dell’“al lupo al lupo!”, il cui esito è noto.

Il mio appello è quindi di affrontare il passato e il presente con razionalità ed equilibrio.
Identificando le paure senza banalizzarle, assicurando l’inevitabile incontro fra culture
diverse senza ignorarne le differenze, chiarendo ed esigendo il rispetto della convivenza
civile, democratica e liberale da chiunque; il tutto senza eccezioni.

Solo così si permette un giudizio reale sul momento storico che stiamo vivendo, nuovamente scandito – rispetto agli ultimi decenni – da crescenti incertezze economiche, sociali e politiche. Occorre una lucidità di giudizio che permetta di intervenire concretamente sui problemi vissuti quotidianamente dai cittadini, senza tuttavia cadere nella tentazione di soluzioni estreme e liberticide.

Questa Giornata è una dedica alla sofferenza dei popoli oppressi, ma è anche una
giornata che deve risvegliare in noi la volontà di lottare contro tutte le tirannie, le dittature, le ingiustizie e le paure che opprimono e negano la libertà di ogni essere umano. Non dobbiamo mai smettere di condannare le violenze del passato e di lottare contro quelle attuali, fisiche o verbali; dobbiamo impegnarci quotidianamente a favore della nostra società e della dignità di ogni individuo, pur sempre nello stato di diritto.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

“Non è il Bronx, ma servono pene più severe per evitare escalation”

“Non è il Bronx, ma servono pene più severe per evitare escalation”

Da liberatv.ch l Via Odescalchi, “non chiamiamola Bronx”. Gobbi sul delitto di Chiasso: “Se avessimo potuto allontanare l’italo brasiliano, lo avremmo fatto. Servono pene più severe”. Il direttore delle Istituzioni: “La giurisprudenza lega le mani e rende impotenti davanti a personaggi di questo tipo, che, di fronte a pene blande, finiscono col credersi onnipotenti. Il quartiere? Non è una zona calda, i problemi sono più profondi”.

Guarda innanzitutto al proverbiale bicchiere mezzo pieno il ministro Norman Gobbi. Contattato da Liberatv, il Direttore delle Istituzioni sottolinea come il lavoro svolto e il dispositivo messo in atto dalle forze dell’ordine (assieme alla presenza delle videocamere di sorveglianza, che hanno dimostrato ancora una volta la loro utilità in queste situazioni) abbia permesso in poche ore di identificare e fermare tutte e cinque le persone coinvolte nella sparatoria di via Odescalchi a Chiasso.
“Questo è senz’altro l’aspetto positivo che possiamo trovare nella negatività di questo evento. Evento che sicuramente avrà delle conseguenze sulle misure di controllo del territorio, e penso qui ai compiti e alle competenze delle forze dell’ordine. Le polizie comunali sono protagoniste nel controllo di prossimità, fondamentale per sapere chi abita e chi si muove sul territorio. Ma il lavoro di squadra con la Cantonale e le guardie di confine si rivela sempre più vitale per garantire la sicurezza. Quanto accaduto resta preoccupante: che a seguito di un diverbio si sia arrivati a sfoderare le pistole, spaventa. Non sono, purtroppo, situazioni da escludere, è già successo in altre parti della Svizzera, ma un simile reato non può lasciare indifferenti”.

Sgomento e preoccupazione, certo. Ma della vicenda, oltre alla sua ferocia, colpiscono soprattutto due fattori. Gobbi, cominciamo dal primo: fra i killer, a giocare il ruolo da protagonista sembra esser stato il 26enne italo brasiliano. Volto già noto alle forze dell’ordine e assurto agli onori della cronaca per aver investito un agente di Paradiso, eppure libero con sei mesi di pena sospesa.
“Se avessimo potuto allontanarlo dal nostro Paese, l’avremmo fatto subito. Purtroppo una condanna a soli sei mesi di pena sospesa condizionalmente e altri piccoli reati non sono sufficienti per la revoca del permesso secondo la giurisprudenza del Tribunale federale e questo chiaramente lega le mani alle autorità e rende impotenti davanti a personaggi di questo tipo. Dal suo caso ci rendiamo conto di come reati reputati di lieve entità, e qui siamo andati anche oltre con il fatto di Paradiso, a cui seguono sanzioni blande, qualcuno finisca poi col credersi onnipotente fino, come è accaduto giovedì sera, a fare il passo in più. Un passo che va oltre ogni limite, perché si è arrivati a puntare le armi e premere il grilletto contro altre persone. Qui certamente servono pene più severe e un conseguente mutamento di giurisprudenza in senso più restrittivo da parte del Tribunale federale. Cambiamenti necessari per far fronte a personaggi scaltri che da reati di lieve entità passano a sfoderare la pistola”.

Il secondo fattore è lo stesso quartiere: conosciuto per essere una zona calda, tanto da essersi guadagnato l’appellativo di “Bronx”.
“La vittima poteva abitare lì, come a Novazzano. Il fatto che il quartiere sia stato più volte al centro dei problemi evidentemente è a causa di chi lo frequenta, ma non è che ci sia una zona calda a livello di spaccio. La polizia in questo caso, come fa, avrebbe la facoltà di controllare e quindi debellare queste situazioni. C’è tuttavia una concentrazione, semmai, di persone problematiche. E qui c’è in realtà da porsi la domanda, come fatto dal sindaco Colombo, di come affrontare questa concentrazione di casi sociali, di persone in assistenza che devono “barcamenarsi”, creando tanti piccoli problemi che si condensano dando vita a uno più grande. Dal quartiere vi sono quindi segnali di degrado a livello non di sola sicurezza pubblica, ma sociale. Perciò parlare di Bronx mi sembra esagerato, perché non comprende tutto il problema”.

Se la parte pubblica, ha dichiarato il Municipio di Chiasso, sembra esser stata rivalutata, il problema persiste in quella “privata”, soprattutto nel casermone che va dal civico 12 al 18. Quello, poi, al centro dei grandi casi emersi negli anni. E proprio Colombo, descrivendo la situazione e l’assembramento di casi sociali, invocava un incontro per avere l’aiuto delle autorità cantonali. Il problema è certamente complesso; chi e come può intervenire allora? E il Cantone, arrivati a questo punto, intende fare qualcosa?
“Il problema principale è che è un casermone, come ha detto lei, e il fatto che si trovi in una zona appartata non fa che peggiorarlo. Fossero piccole palazzine sarebbe più facile da gestire. È chiaro che qui serve un lavoro coordinato, proprio nella pratica operativa: la sola polizia o la sola socialità non possono far fronte a queste situazioni. L’azione deve essere fatta su più ambiti: nel migliorare il quartiere, nel gestire questi casi in maniera più continua, nell’evitare che si crei questa concentrazione. Compiti non facili. Importante quindi, come nell’ambito della sicurezza pubblica, il lavoro coordinato tra autorità comunali, cantonali e anche privati cittadini, che hanno tutto l’interesse a vivere in un quartiere tranquillo. È possibile: arrivano begli esempi da altre zone urbane in cui l’attività pubblica è stata affiancata dalla voglia degli abitanti di reagire e migliorare la propria situazione”.

Ma, concretamente, cosa si intende fare?
“Bisognerà sedersi al tavolo e vedere quali strumenti mettere in campo tra le varie autorità per un’azione coordinata a livello sociale e di sicurezza pubblica”.
ibi

http://www.liberatv.ch/articolo/30962/odescalchi-%E2%80%9Cnon-chiamiamola-bronx%E2%80%9D-gobbi-sul-delitto-di-chiasso-%E2%80%9Cse-avessimo-potuto